Mercoledì 2 settembre – NO GOOD MEN di Shahrbanoo Sadat con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi Apertura alle 20:45, proiezione alle 21:30.

Naru è l’unica operatrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedifrago da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani, Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News per cui si troverà a fare da operatrice.

Ma saprà scalfire le sue diffidenze, lavoro dopo lavoro i due finiranno per conoscersi e piacersi. Tutto nel contesto di un Afghanistan sempre più minacciato dal regime talebano, tra atti terroristici, assalti, sparatorie continue e un senso di oppressione costante.

È una commedia appassionante, densa di politica, azione e critica sociale No Good Men, diretto dalla regista afghana Shahrbanoo Sadat.

Scelto come apertura della 76 Berlinale, il film vede la regista calarsi nei panni dell’indomita protagonista, una donna afghana 2.0, stanca di essere sottomessa agli uomini e discriminata in ogni momento della sua vita. È un’operatrice televisiva intraprendente, una figura carismatica e indipendente che resta impressa, specie nella sua convinzione che per cambiare veramente le cose bisogna volerlo, battersi, essere cittadini attivi e consapevoli, non voltarsi dall’altra parte. A un personaggio tanto tosto Sadat ne contrappone uno altrettanto valido e caratterizzato a tutto tondo, il volto di Kabul News (lo interpreta il notevole Anwar Hashimi), che all’inizio la deride come tutti gli altri, perché come recita il titolo e una delle battute clou del film «non esistono uomini buoni in Afghanistan». Una generalizzazione che la regista ci tiene a mostrare calata nel reale quotidiano, fatto di continue battute contro le donne, svalutazioni, mancanze di rispetto plateali, atteggiamenti discriminatori, patriarcali, giudicanti, possessivi, violenti.

Sbaglia tuttavia chi pensa sia un film di mera denuncia, in realtà è una commedia che strappa più di un sorriso (su tutte la scena del vibratore attivato dalle sue amiche in un bar), pur raccontando dinamiche detestabili e spesso raccapriccianti.

Una commedia all’inizio brillante che si tinge di fosco man mano che avanza la narrazione trasformandosi in un dramma politico e sociale senza scampo. Funziona la scelta di affiancare alla trama di un femminile determinato a rovesciare tabù secolari ed emanciparsi quella di un maschile pronto ad aprirsi alla comprensione e al rispetto verso le donne.


Funziona ancor di più la messa a fuoco di un altro tema fondamentale, il coraggio di chi fa seriamente giornalismo di inchiesta e non si lascia intimidire. Neanche dall’ombra del regime talebano che nel film si allarga fino a un finale oscuro che lascia poche speranze, se non quella che forse qualcuno che si salva tra i “no good men” afghani ci sia davvero. Funziona soprattutto la prospettiva adottata: una volta tanto non è l’occhio occidentale a narrare una storia afghana, ma una regista afghana direttamente, e la differenza si avverte in ogni singola inquadratura (colpiscono, su tutti, i campi larghi a mostrare il caos e i colori delle strade afghane) e in ogni singolo dettaglio, come pure si coglie l’afflato profondamente autobiografico dietro la macchina da presa.


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